canfora soap

Mar 08 2009

ratafià

Eccola lì a bere ratafià. Quando la vengo a trovare la trovo sempre lì, fra la finestra e il camino, a sorseggiare ratafià da un bicchierino a punta che pare il becco di un passero. Se non fosse di un colore laccato brillante, potrebbe sembrare proprio un passero di paese, un comune e banale passero delle nostre zone che lei ha aperto in due con la costrizione di un nastrino, per versarci dentro il ratafià bruno, lasciarlo colare e distillare per giorni, fino a vedere gli organini dell’uccelletto corrodersi di alcool e le membrane diventare sottili, poi di carta, poi di quella pelle utilizzata dagli indiani delle riserve, infine trasparente.

Se avrò una figlia la chiamerò Rowena. Rowena che lancia sassi pitturati di grigio ( per non far torto alla natura con colori troppo eccessivi) in fondo allo stagno tortuoso, Rowena che cavalca puledri neri e lucidissimi con macchie a forma di Nuova Scozia sul collo, Rowena che si tocca le tempie e sviene innamorata mentre cataloga le formiche sul suo diario di bordo, Rowena che viene rifiutata dal suo innamorato in una giornata di sole idiota, Rowena che racconta a tutti di aver vissuto in mare per dieci anni e di portare le maniche sempre raccolte sui gomiti, anche nel freddo novembre inglese, per esser pronta a raggiungere il porto in un baleno e  salire sulla sua nave. Rowena con la fronte bianchissima che si muove quando pensa a qualcosa di oscuro e fangoso. Come rametti interni che si spostano veloci  dentro il cranio e si vedono anche da fuori.

Chissà che fine fanno i letti che prepara nel sonno, per spostare le sue zie morte da un capo all’altro dell’universo.

Chissà che fine ha fatto la zia che teneva l’apparecchio radio sempre al massimo del volume, che si faceva fare i boccoli con la spazzola umida di latte dalla cameriera con i denti curvi, e i suoi boccoli erano così azzurri- come nuvole di farfalline inglesi- mica roba voluminosa e caraibica. Frutti di foreste alte tre cieli, farfalle con apertura alare di due o tre metri, cavallette con bocche grosse come cani da caccia, foglie pelose e tanto carnose da sembrare polpacci.

Sognava giardini all’italiana e la prima limonata bevuta , dietro al giardino nella grande casa bianca. Tutti quei limoni strizzati dalle dita rosse in punta, come se il sangue delle mani uscisse strizzato insieme al succo, e il bianco del limone scheggiato  in pezzi e aperto in spicchi naturali, quasi una loro volontà. Una nuova esigenza d’amore impossibile da fermare. Una  colossale fuoriuscita. ( E  il succo era bianco e schiumoso, bianco folle, e se ci aggiungevi lo zucchero sembrava di bere la marmellata uscita dalle ali delle farfalle).

Chissà dove vanno tutte quelle zie morte, con i rovaggioli coperti di foglie  nella borsa di tela, le gambe grosse sui sassi medioevali italiani, i piedi gonfiati dentro le scarpe di noce.

Racconterò a Rowena di tutti i piccioni che ho mangiato, croccanti e rossi, di quel rosso che ora puoi immaginare solo nelle anatre cinesi. Le dirò dei pranzi in quella casa di sasso, costruita con i teschi dei minatori morti, costruita con la polvere della pirite. Le racconterò del suo essere brusca e pettegola, del suo schifo per le tombe nella terra, delle sue mille tenere maledizioni.

Ecco Rowena che si veste alla marinara, che non porta il corsetto e si taglia i capelli. Rowena che s’arrampica sui meli, che finge di non parlare inglese per giocare con quei bambini italiani, Rowena che studia la Guinea, che prepara scatoline di vetro con le carte geografiche intrecciate a forma di stella, Rowena che si ferma immobile per due o tre ore all’entrata della scuderia, Rowena che parla con l’insalata in mano, Rowena che si brucia la bocca anche quando la tazza è tiepida e diventa gonfia di macchie rosse intorno alla gola, e le gengive diventano di puro sangue e le sue cugine la invidiano per mesi proprio per quella sua speciale qualità di rossetto naturale che non si trova neanche a morire a pagarla in diamanti, in lungo e in largo, per tutta la Francia.

m.

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