Si muove sempre per prima la parte destra. Io lo so bene perché la vedo da dietro la plastica della tettoia della fermata dell’autobus. Potrei dire che mi sveglio e vado a lavorare solo per il gusto di vederla. Corre così tanto da far sudare le stoffe sintetiche che si spalma addosso. O forse non corre affatto e il suo grasso è solo la massa dei tessuti degli anni passati che diventa gomitolo sintetico di lana, sfera di tutti i vestiti di carnevale lucidi di tutte le feste delle suore benedette, il riassunto colato di tutti i top bianchi e sformati portati sotto i giubbetti di pelle alla Veronica Ciccone, il minareto conclamato di tutte le magliette di lana dei raffreddori nelle case padane, delle tinozze piene di Vaporub sniffate sotto asciugamani ruvidi che grattano punti neri che odorano di osso buco, il riassunto elastico di tutti i costumi da bagno fiorati delle colonie estive di Cesenatico. Forse il grasso non esiste, e lei potrebbe permettersi di mangiare bombe di crema a colazione e infilare finalmente le mani dentro a quel sacchetto di patatine caduto a terra a quella ragazzina con la pancia di serpente e il brillante di samba fissato al centro, quasi da illuminare i suoi capelli sempre più splendenti, lucidi e castani di quel castano che il miele se lo sogna.
Forse il suo grasso non esiste. Basterebbe sfilare la musica dalle orecchie, avere il coraggio di slacciare la giacca tecnica, buttare all’aria la fila di maglioni di pile che ha usato come scudo questa mattina.
Vedo sempre muoversi la parte destra, poi dal centro della sua pancia ogni mattina vedo uscire una statuina dorata. Un soprammobile cinese, una gamba di letto di qualche Regina margherita.- Oh, dio. Margarethe, ho sempre sognato di chiamare qualcuno Margarethe- Si apre la pancia in due, infila le sue manine corte e butta fuori l’oscar fiammante, l’osso di cane gelatinato, il resto del suo pasto serale, il microfono della recita del 1983, la bacchetta magica di Creamy che pensava di non aver mai ricevuto in dono. Una di queste mattine prendo coraggio e le dico che il suo non è grasso, è solo stoffa. Solo pallini di fuffa che si sono attorcigliati in tutti questi anni al suo gigantesco ombelico. Una mattina di queste la sveglio io dall’incubo e le dico che di grande ha solo l’ombelico, niente grasso in eccesso, solo tessuto. Stoffa, pile, cotone vietnamita, felpa elasticizzata.
Una di queste mattine le spiego che a nascere qui, con tutta questa nebbia e questo cielo bianco, e queste primavere finte, e questo maledetto umido che s’incolla ai capelli e raggiunge il cervello, qualcosa doveva pure succedere.
m.
